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Lo zero ignoto ai greci e ai romani
giunge in Occidente nel Medioevo attraverso gli arabi che a loro
volta ne avevano appreso la nozione dagli indiani. Con i grandi
rivoluzionari della matematica moderna, Newton e Leibnitz, lo zero
assume nuovi significati e conquista un ruolo centrale non solo
nel pensiero matematico, ma nella nostra stessa visione dell'universo.
L'autore ci racconta la storia dello zero: dalla sua prima comparsa
sulle tavolette d'argilla in Mesopotamia all'attuale impiego nella
numerazione binaria, con cui funziona tutto ciò che è digitale.
Nella prefazione, denominata "La lente", Robert Kaplan
inizia con le seguenti parole: "Guardate lo zero, e vedrete
niente; guardate attraverso lo zero, e vedrete il mondo" e,
prima di passare al "Capitolo 1", conclude così: "Sempre
più prossimo, quasi a portata di mano, ma mai realmente afferrabile: è questa,
forse, la definizione meno inadeguata dell'intima natura dello zero". |
| recensioni |
da
L'Indice del 2000, n. 03, di Piergiorgio Odifreddi,
Un autore che si presenti al pubblico vantandosi
di aver "insegnato matematica (ma anche filosofia, greco, tedesco,
sanscrito e 'congettura ispirata')
ad allievi dai sei ai sessant'anni" rischia di sortire l'effetto opposto
a quello che probabilmente si prefigge: di essere cioè considerato non
un pozzo di scienza, ma un buco nell'acqua.
Puntualmente, la navigazione d'alto bordo che l'argomento dello zero e delle
sue metamorfosi (il silenzio della letteratura, il nulla della filosofia, il
vuoto della fisica) avrebbe permesso, viene invece barattata per un piccolo cabotaggio
da parte di un capitano che deve navigare a vista, costretto a rientrare frettolosamente
ogni volta che tenta di avventurarsi nel mare aperto della matematica men che
elementare.
La prima metà del libro presenta un'accettabile storia naturale delle
notazioni aritmetiche e dei sistemi numerici, teleologicamente orientata verso
il lento maturarsi della necessità dello zero. Vi si trovano, ad esempio,
interessanti variazioni sull'Arenario di Archimede, che vanno da un sermone di
John Donne a un episodio della vita di Gautama Buddha. O dissertazioni linguistiche
sulle parole sanscrite impiegate come nomi dello zero, dagli spazi aperti al
firmamento. O l'ipotesi che il simbolo per lo zero derivi dall'impronta lasciata
dai sassolini che servivano per contare (i famosi calcoli), sulla sabbia dell'abaco.
Nella seconda metà l'autore, reso temerario dall'aver "fondato con
la moglie un programma di studi aperto al pubblico per diffondere i piaceri della
matematica pura", indulge invece pericolosamente in questi piaceri, finendo
per dannarsi l'anima. Così la teoria di Ramsey, che studia le partizioni
omogenee degli insiemi, diventa nelle sue parole "una branca della matematica
che studia le funzioni che aumentano molto rapidamente". Dalla mancanza
di una formula algebrica che generi i numeri primi egli deduce, falsamente, che "dato
un numero primo, non abbiamo alcuna idea su come generare o prevedere il successivo".
A Fermat attribuisce la dimostrazione del cosiddetto piccolo teorema che porta
il suo nome, ma che fu in realtà dimostrato soltanto da Eulero. Per pareggiare
i conti, Apollonio viene poi defraudato del suo trattato sulle coniche perché,
secondo l'autore, fino al secolo XVII "tutto ciò che potevamo comprendere,
dalla geometria greca in poi, riguardava linee rette".
Alle deficienze matematiche si affiancano poi deficienze pure e semplici. Ad
esempio: "Quanti volessero tornare ancora più indietro e mettere
in discussione queste leggi [aritmetiche], devono attendere come gli Spartani
il ritorno del loro legislatore, e tener fede alla promessa di rispettarle fino
ad allora. Ma Licurgo non fece mai ritorno: fu il suo dono d'addio a Sparta".
Oppure: "Qui il concetto radicalmente nuovo, proprio del calcolo infinitesimale,
di uno zero distante quanto il limite a cui tende una sequenza decrescente di
numeri, non ha prodotto affatto una personalità schiva, ma il solido zero
che ci scorta al ballo del cambiamento".
A contribuire alla confusione generale partecipa poi anche il curatore dell'edizione
italiana, evidentemente ancora più ignaro di matematica dell'autore, che
in un caso sbaglia un disegno cruciale e si inventa le relative lettere, in un
altro dimentica tutti i segni di divisione in una formula, in un terzo scambia
fra loro le funzioni di due formule, in un quarto addirittura non si accorge
che le figure sono stampate ruotate di 90 gradi, e così via.
recensione di Sylvie Coyaud
[…] Un milione si scrive uno seguito da sei zeri e se l’ordine
fosse invertito, la differenza ci sarebbe ovvia. Non è sempre stato così,
racconta Robert Kaplan in Zero (Rizzoli, 325p., 30 mila lire). Narra della sua
origine in India, della curiosità suscitata dalle proprietà di
quell’“essere del non essere”, “bel niente di conoscenza” che
moltiplica le facoltà umane e non solo nel calcolo, in tono da conversazione
amena, con una cultura vasta e leggera, digressioni e incursioni in linguistica,
poesia e astronomia, folklore e mitologia. Ci sono parecchie operazioniquindi
conviene amare almeno la matematica elementare. […] |