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Tra gli innumerevoli fili di Arianna
che si possono seguire per interpretare lo sviluppo del moderno,
il libro di Martin Davis seleziona quell'entità al tempo
stesso astrusa e comunissima che è il calcolo o computazione.
Astrusa perché la teoria della calcolabilità - in
bilico tra matematica, ingegneria elettronica e filosofia - è lungi
dall'essere un soggetto facile o anche semplicemente acclarato.
Comunissima perché chiunque possegga o usi un PC ha tra
le mani, spesso senza neanche sospettarlo, un "calcolatore universale" -
l'epitome stessa della nozione di computazione. Nel ricostruire
la genesi di questa idea, l'autore - un pioniere della moderna
informatica, ma anche uno straordinario narratore di episodi della
storia della scienza - prende le mosse da Leibniz e compone, con
affetto e rispetto, una galleria di personaggi chiave che comprende
Boole, Frege, Cantor, Hilbert, Gödel e culmina in Turing. È interessante
osservare, su un piano più tecnico, come Davis, pur pagando
un doveroso tributo a Kurt Gödel, ponga, in maniera stimolante,
la macchina universale di Turing alla base dei fenomeni di indecidibilità.
Dopo la scoperta di Turing, il "sogno di Leibniz" - l'invenzione
di un calcolo simbolico, una sorta di algebra del pensiero, con
cui risolvere automaticamente ogni genere di problemi - si materializza
non più in calcolatori in carne e ossa, ma in valvole e
fili e poi in rame e silicio. Nel penultimo capitolo, Davis intreccia
con chiarezza il bandolo matematico-fondazionale e quello ingegneristico,
che sono alla base della tecnologia che ci darà il PC. Il
sogno di Leibniz si realizza dunque completamente con i moderni
elaboratori elettronici? Sì e no. Sì perché tutti
o quasi gli aspetti della mente razionale sono oggi riproducibili
fuori della mente umana da qualche programma che altro non è se
non una specializzazione del calcolatore universale. No perché gli
aspetti che oggi sappiamo essere i più caratterizzanti della
mente umana - senso comune, emozioni e coscienza, e non la ragione
- esorbitano ancora dalla visione di Leibniz, come limpidamente
dimostra Davis nell'ultimo capitolo.
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