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Che cos'è il nulla? La risposta è tutt'altro
che univoca. La storia del nulla è un seguito di metamorfosi
che lo vedono stretto in una rete da cui ha cercato di liberarsi
per diventare entità autonoma e incidere sul sistema logico
di volta in volta dominante. Ogni tentativo di espellerlo è valso
soltanto a creare ostacoli allo sviluppo del pensiero. Ci sono
voluti millenni, ma una volta aperta, la strada si è rivelata
ricca di scoperte. I primi a dichiarare l'esistenza dello zero
sono stati gli indiani, nel Il secolo a.C., che hanno potuto farlo
in quanto il concetto di «non essere» rientrava nella loro filosofia
mistica. Escluso dalla filosofia greca e dalla tradizione giudaico-cristiana,
perché considerato una mina vagante capace di scompaginare
la logica e l'intera visione del mondo, il nulla come zero fu introdotto
in Europa soltanto nel X secolo a opera di Gerberto d'Aurillac,
eletto papa nel 999 col nome di Silvestro II. Poi ci vollero ancora
seicento anni perché il sistema posizionale indo-arabo completo
di zero si imponesse in tutto l'Occidente. Ma l'ostilità continuò,
senza peraltro impedire che l'insieme vuoto e il vuoto quantistico
facessero la loro comparsa, sia pure mille anni dopo la svolta
di Gerberto. Dalla nascita delle geometrie non euclidee a oggi
il valore zero si è rivelato sempre più fertile,
con le straordinarie implicazioni che in queste pagine John D.
Barrow descrive magistralmente e che le recenti osservazioni astronomiche
di oggetti come le supernovae e i buchi neri ci confermano. "Da
zero a infinito, la grande storia del nulla" è un libro
affascinante, in cui, protagonista il nulla, si ripercorre la vicenda
molteplice delle scienze e delle filosofie. Una vicenda alla quale,
come vedremo, hanno contribuito filosofi, commercianti, mistici,
agnostici, poeti e popoli dell'est e dell'ovest, e che produce
sempre nuovi scenari per la comprensione del mondo.
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| recensioni |
Un vuoto ricco di storia
di Sara Capogrossi Colognesi
PARLARE DEL NULLA non vuol dire certo parlare di niente, lo dimostra
John Barrow nelle pagine del suo ultimo libro: Da zero a infinito.
Matematica, fisica, filosofia, arte, qualsiasi disciplina prima o
poi si è scontrata con il concetto di vuoto, di niente. "Uno
dei nostri scopi", avverte l'autore, "è di fare
un po' di luce sullo strano modo in cui il nulla in tutti i suoi
aspetti si è rivelato un'idea chiave in molti campi di indagine,
la cui corretta concezione ha dischiuso nuovi modi di pensare il
mondo". Detto questo, ci si inoltra nella storia dello zero,
la rappresentazione numerica del nulla. Un simbolo il cui uso viene
introdotto nel II secolo a.C. in India, dove il concetto di non essere è messo
sullo stesso piano dell'essere. E così, nato per indicare
l'assenza di una cifra (come nel caso delle culture babilonese e
maya), lo zero assurge presto al rango di cifra vera e propria. L'innovazione
si rivela immediatamente vincente: "Invariabilmente, ogni volta
che il sistema indiano di numerazione entrò in rapporto per
ragioni commerciali con qualsiasi altro, il risultato fu che ebbe
il sopravvento o quanto meno che le sue caratteristiche più significative
furono importate nell'altro sistema". Così avviene per
i cinesi, nell'Ottavo secolo, per gli ebrei, con Ben Ezra (1092-1167),
per gli arabi e infine, nel Decimo secolo, per gli europei, anche
se ci vogliono altri seicento anni perché il sistema posizionale
indo-arabo si imponga in tutto l'Occidente.
Una volta comparso, lo zero non si sarebbe più fatto imbrigliare: "I
matematici avevano svolto un ruolo essenziale nel legittimare il
concetto di nulla nell'ambito in cui più facile era definirlo
e controllarlo". Più difficile è accettare l'idea
di un vuoto fisico, eppure si scopre presto che è possibile
fare esperimenti sul vuoto e servirsene per creare macchine. Pur
di superare il problema si immagina l'etere, un fluido onnipresente
che riempie ogni minima fessura dell'universo. "Questo fantomatico
etere era tenace. Ci volle Einstein per spazzarlo via dall'universo.
Ma ciò che rimase quando tutto ciò che si poteva rimuovere
fu rimosso era più di quanto egli si aspettasse". Un
vuoto che non smette di sorprenderci, che si è rivelato più strano,
mutevole, meno vuoto e inafferrabile di quanto lo stesso Einstein
avrebbe potuto immaginare. Una presenza costante che può essere
percepita nel mondo dell'infinitamente piccolo come in quello dell'infinitamente
grande. L'astronomia moderna si fonda sulle proprietà del
vuoto, che sembra avere effetti sull'espansione dell'universo e che
potrebbe rivelarsi il responsabile del particolare corso impresso
all'universo che lo ha portato al suo stato attuale e lo porterà al
suo destino finale.
Dalle teorie filosofiche di Parmenide, alla scoperta di geometrie
non euclidee, dalle visioni religiose proprie della tradizione giudaico-cristiana
a quelle ispirate dalle arti; attraverso il vuoto Barrow ripercorre
la storia affascinante delle scienze e delle filosofie, dimostrando
che nel nulla c'è ben più di quanto non appaia a prima
vista. "È essenziale farsi un'idea corretta della sua
natura, delle sue proprietà, della sua tendenza a mutare,
sia improvvisamente che lentamente, se vogliamo comprendere come
abbiamo fatto ad arrivare qui e a imparare a pensare come pensiamo".
Da La Stampa 5 GIUGNO 2002
di Claudio Barocci
Nonostante il tentativo di Parmenide di bandire il nulla, in quanto
non essere, dalla storia del pensiero occidentale, questo concetto
- polarmente opposto a quello di infinito - ha continuato a ossessionare,
come un incubo ricorrente, il pensiero di filosofi, mistici e teologi,
da Plotino ad Agostino, da Scoto Eriugena a Meister Eckhart, da Cusano
a Hegel, fino a Heidegger e Sartre. Nell'800, alla corte di Aquisgrana,
Fredigiso di Tours presentava la celebre Epistola de substantia nihili
et tenebrarum; del 1509 è il Libellus de nihilo di Charles
de Bouvelles. "Infralle cose grandi che fra noi si trovano,
l'essere del nulla è grandissima", sentenzia Leonardo
da Vinci in una delle visionarie annotazioni del Codice Atlantico.
E Leopardi nello Zibaldone scrive: "In somma, il principio delle
cose, e di Dio stesso, è il nulla". Anche la scienza
moderna, post-galileiana, non ha mai smesso di interrogarsi sull'esistenza
e sulla natura del "nulla", e non soltanto perché il
pensiero scientifico è inestricabilmente connesso al pensiero
filosofico: per la comprensione del mondo fisico è necessario
indagare le proprietà del vuoto, per lo studio degli enti
matematici occorre approfondire i concetti di zero e di insieme vuoto.
Le fasi principali di questa avventura intellettuale sono ricostruite
nel volume Da zero a infinito dell'astrofisico e divulgatore inglese
John Barrow, che dopo aver esplorato in Infinities (il testo teatrale
messo in scena da Luca Ronconi alla Bovisa) i vari concetti di infinito
e i vertiginosi paradossi che ne scaturiscono, rovescia il cannocchiale
per scrutare gli abissi del nulla. L'opera (ben tradotta da Tullio
Cannello) è interessante e originale soprattutto per i capitoli
dedicati alla fisica e alla cosmologia.
Sullo zero sono disponibili già vari volumi, molti dei
quali pubblicati in anni recenti (ad esempio, Robert Kaplan, Zero.
Storia di una cifra, Rizzoli, e Charles Seife, Zero. La storia di
un´idea pericolosa, Bollati Boringhieri), mentre per gli aspetti
filosofici - quasi del tutto trascurati da Barrow - non sarà inutile
tenere a portata di mano la magnifica Storia del nulla (Laterza)
di Sergio Givone (inoltre Mondadori annuncia la traduzione di altri
due testi di Barrow: The constances of nature nel 2003 e The infinite
book nel 2004). Già nella seconda metà del '600, dopo
le ricerche di Torricelli, Pascal, Boyle e lo spettacolare esperimento
degli "emisferi di Magdeburgo" allestito da Otto von Guericke,
l'horror vacui di aristotelica memoria era un'idea irremediabilmente
obsoleta. Lo spazio assoluto di Newton è un palcoscenico vuoto,
privo di proprietà fisiche ma dotato di struttura geometrica
euclidea, in cui i corpi materiali si muovono obbedendo alle leggi
del moto enunciate nei Principia. Le critiche mosse a questa concezione
da parte di filosofi e scienziati (decisive quelle di Mach e di Poincaré),
e soprattutto la teoria del campo elettromagnetico sviluppata da
Maxwell, imposero una revisione radicale della nozione di vuoto.
Secondo la teoria della relatività generale, formulata da
Einstein nel 1915, lo spazio-tempo vuoto non è caratterizzato
unicamente dall'assenza di materia: la sua struttura geometrica -
non euclidea, non statica, né piatta - è governata
da un elegante sistema di dieci equazioni differenziali.
Diversa, benché ugualmente contraria al senso comune, la
concezione della meccanica quantistica, che ammette un'infinità di
possibili "vuoti", ciascuno definito come stato di minima
energia. Oltre ad avere molteplici e sorprendenti proprietà fisiche,
il vuoto quantistico non è affatto vuoto: come impone il principio
di indeterminazione di Heisenberg, è un oceano brulicante
di attività, in cui incessantemente si producono fenomeni
di creazione e di annichilazione di particelle e antiparticelle.
Le attuali teorie cosmologiche, che cercano di conciliare meccanica
quantistica e relatività generale, spiegano l'origine dell'universo
come una fluttazione dallo stato di vuoto: insomma, ex nihilo omnia. |