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recensione di Vineis, P. L'Indice del 1999, n. 03
Parafrasando la celebre frase di Dostoevskij, si potrebbe dire
che per molti scienziati "Se il fatto non c'è, tutto è permesso".
La progressiva scomparsa dei "fatti" dall'orizzonte della
filosofia della scienza dell'ultimo secolo ha indotto reazioni preoccupate
(come in questo libro di Lolli) o stizzite da parte di molti scienziati.
La scomparsa dei fatti, come documenta analiticamente Lolli, è avvenuta
seguendo due filoni, l'uno filosofico e l'altro sociologico (in realtà variamente
intrecciati fra loro). Il filone filosofico di critica della scienza
può essere ricondotto alla cosiddetta "svolta linguistica" inaugurata
da Wittgenstein, alla rinuncia cioè a trovare il significato
delle proposizioni protocollari in una corrispondenza univoca con
i fatti, per sottolineare invece il radicamento del significato nell'uso
del linguaggio e nelle "forme di vita". La relativa cripticità del
Wittgenstein delle Ricerche filosofiche ha dato origine a una molteplicità di
interpretazioni, non tutte plausibili. Al secondo Wittgenstein va
comunque fatta risalire una delle radici della filosofia della scienza
post-analitica, quella, per intendersi, di Kuhn e di Feyerabend.
Un'altra radice è di natura storica; Kuhn, in particolare,
fu molto influenzato da una singolare e interessante figura di storico
della medicina, Ludwik Fleck.
Il secondo filone di critica della scienza è sociologico,
e deriva abbastanza naturalmente dal primo: se il significato delle
proposizioni scientifiche non è dato dal confronto con fatti
esterni, ma dall'uso concreto in una comunità linguistica,
studiare la logica della scienza diviene studiare comportamenti e
relazioni interne delle comunità scientifiche. Il filone sociologico
ha raggiunto probabilmente la sua massima espressione con Bruno Latour
(cfr., a pagina 28 di questo numero, la recensione all'edizione italiana
del famoso Science in action). Latour ha passato alcuni anni in laboratori
di fisiologia, comportandosi come un antropologo "tra i selvaggi",
cioè supponendo di osservare una comunità che si avvale
di simbolismi e regole linguistiche a lui sconosciute.
Lolli riassume, in un modo talora un po' criptico, le posizioni
dei principali esponenti dei due filoni. Nel suo riassunto non nasconde
una certa irritazione verso quelle che ritiene operazioni nichiliste,
superficiali e talora un po' fanfarone. Non si può negare
che in taluni casi la sua irritazione sia giustificata: non tutti
gli scritti di Latour, per esempio, sono limpidi e onesti, mentre
Feyerabend si divertiva a lanciare provocazioni. Tuttavia, mi sento
di rimproverare a Lolli due atteggiamenti. Il primo è di sbarazzarsi
un po' troppo frettolosamente di alcuni autori - come Wittgenstein
- e di alcuni temi - come il rapporto tra fatti e teoria. Wittgenstein
viene liquidato, tra pagina 145 e pagina 151, con l'epiteto di "Dr.
Jekyll e Mr. Hyde" (per via della sua doppia personalità:
ispiratore del neo-positivismo prima e del nichilismo post-modernista
poi): ma non sarà il nostro secolo, e la scienza da esso espressa,
a manifestare nei fatti questa doppiezza, da Wittgenstein incarnata
in modi anche drammatici? Può darsi, come sostiene Lolli,
che Wittgenstein abbia torto sulla logica e che non abbia capito
il teorema di Gödel. Tuttavia dalle pagine di Lolli non si comprende
esattamente né perché abbia torto né che cosa
possa sostituirsi ai suoi errori.
Il secondo aspetto che mi sento di contestare a Lolli è il
fatto di passare sotto silenzio che molti degli autori da egli accomunati
nella critica del post-modernismo relativista avevano una conoscenza
talora approfondita di alcune pratiche scientifiche: Wittgenstein
da giovane era un ingegnere aeronautico, e aveva anche partecipato
ad alcune attività di ricerca medica a Newcastle; Feyerabend
aveva studiato fisica e astronomia; Latour ha passato anni nei laboratori
(seppure da antropologo). Dalla superficialità o astrattezza
di alcune loro affermazioni non è lecito ricavare un'immagine
di studiosi dilettanteschi della scienza.
Una delle tesi di fondo di Lolli è che i critici della
scienza si avvalgono troppo spesso di un discorso obliquo anziché descrivere
direttamente che cosa è la scienza: "non sarebbe meglio
ascoltare direttamente cosa dice la scienza?". Qui i casi sono
due: o la critica della scienza si basa su un "sentito dire",
su conoscenze riportate e approssimative - ma non credo che questo
possa essere attribuito per esempio a Kuhn. Oppure si postula l'esistenza
di un linguaggio universale che consente non solo alla comunità degli
esperti, ma anche ai filosofi, ai sociologi e, più in generale,
ai non addetti ai lavori, di avvicinarsi direttamente e correttamente
a ciò che dice la scienza. In effetti, uno dei bersagli polemici
maggiori di Lolli sono le traduzioni: "quando si dice che cosa
dice la scienza, si pretende di fare una traduzione in un linguaggio
comprensibile". Ma fare traduzioni mi pare inevitabile: io stesso,
nella mia attività di ricerca, devo comprendere in modo approssimato
e indiretto (tradotto) linguaggi di altre discipline scientifiche.
La struttura del Dna è stata scoperta dalla collaborazione
tra biologi, fisici e chimici: come potevano intendersi in assenza
di traduzioni? Ciò che risulta dall'osservazione di una lastra
da parte di un radiologo non è una descrizione, ma una thick
description: questa implica il riferimento a concetti fisici sulla
radio opacità dei diversi tessuti, cioè una entrance
knowledge, una conoscenza complessa a priori che fa essa stessa parte
integrante dell'osservazione (e infatti il profano concorda con l'interpretazione
solamente se il medico, nel mostrare le "macchie sulla lastra",
gli trasmette al contempo l'entrance knowledge). Può darsi,
come sostiene Lolli, che il linguaggio unificante della scienza sia
la matematica, e che questo riferimento forte ci salvi dalle traduzioni
e dalle approssimazioni dei sociologi; questo io non sono in grado
di valutarlo, anche se mi pare che in scienze come la biologia e
la medicina l'applicazione della matematica sia abbastanza marginale
rispetto a teorie complesse come la teoria dell'evoluzione o quella
dell'omeostasi.
Per tornare alla domanda da cui siamo partiti, è proprio
vero che se non ci sono i fatti tutto è permesso? Il libro
di Lolli inizia con il raccontare la famosa beffa di Sokal, un fisico
che si è fatto gioco della comunità dei sociologi scrivendo
un falso articolo in linguaggio post-modernista che una nota rivista
di social studies gli ha pubblicato. L'articolo era pieno di errori
marchiani in campo scientifico, che non sono stati riconosciuti dal
comitato editoriale. Viene da chiedersi se un sociologo non potrebbe
egualmente beffare gli scienziati naturali, scimmiottando il loro
linguaggio e sostenendo tesi assurde (mi chiedo anzi se questo non
si sia già verificato). Quello che dimostra la beffa di Sokal
non è il fatto che il discorso obliquo post-modernista tende
a sostituirsi al discorso diretto, ma, al contrario, che le traduzioni
di cui disponiamo sono ancora imperfette e suscettibili di gravi
incomprensioni. L'obiettivo non mi pare quello estremo e un po' ingenuo
di abolire le traduzioni ma, casomai, di affinarle. Una soluzione
elegante alla "scomparsa dei fatti" è quella suggerita
da Devitt a proposito della incommensurabilità delle teorie:
le teorie continuano a essere commensurabili e confrontabili (contrariamente
a quanto sostenuto da Feyerabend) non perché le ancoriamo
ai fatti, ma attraverso una "permanenza parziale" degli
oggetti. La continuità del riferimento empirico da una teoria
all'altra non è una questione "tutto o niente",
ma piuttosto di parziale traduzione: gli oggetti designati nella
teoria della relatività non sono esattamente gli stessi della
fisica classica, ma sono a essi riconducibili in modo esatto nonostante
la traduzione. |